Il vento caldo del Garbino [Recensione]


Il vento caldo del Garbino di Giulia Alberico – Mondadori

Ero a casa di un’amica e tra una chiacchiera e l’altra su libri e letture, lei si alza e sfila dalla libreria un volumetto lucido, marroncino e molto romance.

Inorridita penso già a come tirarmi indietro e cercare di rifiutare questa proposta di lettura: non ce l’ho fatta, lei è stata più convincente di me!

Così sono tornata a casa con questo volumetto che non mi ispirava alcuna simpatia e ho iniziato subito a leggerlo, mi son detta “prima te lo levi di torno, prima potrai dedicarti a qualcosa di più interessante!” e invece ho iniziato a leggerlo e ho continuato con estremo piacere…

Non ci troverete chissà quali sconvolgimenti amorosi, né omicidi o loschi tranelli, ma uno squarcio di vita vera, del fallimento di uomini e soprattutto donne, che nella vita si sono attaccate tenacemente alle proprie passioni e convinzioni fino a distruggere tutto ciò che di buono avrebbero potuto costruire nel corso dell’esistenza.

TRAMA
In un paese lungo la costa adriatica, non lontano da Chieti, c’è un condominio con un grande giardino. Quando giunge l’estate, la palazzina torna ad animarsi. A parte un ammiraglio in pensione, carico di ricordi e un po’ filosofo, sono tutte donne quelle che vivono nelle stanze di via Orientale 18. Ma ecco che una mattina arriva il Garbino, un vento caldo e spossante che s’insinua ovunque.
Nei tre giorni in cui soffia, ciascuno degli abitanti finirà per fare i conti con se stesso, i propri segreti, i propri sogni.

LA MIA OPINIONE
Non sono un’amante dei romance, soprattutto di quelli moderni. Digerisco bene gli amori narrati nell’ottocento, meno quelli odierni.

Questo libro però, affronta l’amore da un punto di vista pratico e reale, parla di sconfitte ed egoismo, di ciò che una donna desidera e ciò che ottiene se ostinatamente si aggrappa alle sue convinzioni.
Parla di ossessioni e di perdita, del vuoto che lascia una persona cara che muore o di quello che resta dopo la fine di una storia d’amore.

In questo romanzo gli uomini vengono ritratti, tutti o quasi, come dei viziosi buoni a nulla, poco attenti ai sentimenti e alle esigenze delle donne che dicono di amare o che frequentano.

Dall’altra parte ci sono donne che hanno costruito cattedrali sulla sabbia da storie d’amore senza fondamenta. Mantenere in piedi una costruzione tanto grande, su una base così instabile non può che portare all’estrema conseguenza della distruzione.

Vite intere spese a ripensare, rivangare e rivivere pochi, effimeri momenti in cui lei, innamorata e illusa, ha dato tutto mentre lui, infido approfittatore, ha preso ciò che voleva per poi scappare via senza neanche una parola.

La sconfitta è anche dell’uomo, l’unico che ha voce nel libro, l’ammiraglio Alfonso Basti, che dopo quarant’anni di vita matrimoniale, scopre di non aver mai conosciuto sua moglie, di non averla capita fino in fondo nonostante affermi di averla sempre amata.

L’ammiraglio aveva sempre pensato che fosse giusto, ovvio, naturale farsi carico della felicità di Antonietta.
Lei era la sua sposa, lui l’amava, era logica conseguenza farla felice. Nei giorni del Garbino aveva capito, si era permesso di capire due cose: che Antonietta non era sempre stata felice con lui e che la felicità o l’infelicità di un essere non è cosa di cui un altro possa farsi carico e garante, per quanto ami, per quanto desideri fortemente essere torre ferma che non crolla, ricettacolo per l’inquietudine dell’amato, per le sue ansie e i suoi segreti. C’è, nel destino degli uomini, un imprevisto, come nei movimenti d’aria e d’acqua, che non può essere dominato né aggirato né espunto.

Fa da sfondo all’intera narrazione, il mare, il caldo e il Garbino, ovvero il Libeccio. Forse non siamo nel periodo giusto dell’anno per immedesimarsi nella vicenda, ma io ho trovato molto ben descritti il luogo e il clima.

Ottima la caratterizzazione dei tanti personaggi che, seppur in poche pagine, si esprimono appieno e assumono una reale presenza fisica.

Mi è piaciuto leggere questo romance in cui, come alcuni lettori affermano, non succede niente. In realtà mi è sembrato di essere una pettegola spiona, che da dietro i vetri della finestra, resta a guardare la vita degli altri scorrere.

È una sorta di memoire collettivo e rispecchia un’epoca passata, in cui le donne venivano educate in un certo modo e gli uomini giustificati per il solo fatto di appartenere al sesso forte. È una riflessione su ciò che noi crediamo sia l’amore tra un uomo e una donna e su ciò che in realtà è il rapporto tra i sessi.

È breve, ma intenso e ben scritto, dovrò ringraziare la mia amica, quando le riporterò il libro indietro e imparare a fidarmi di più di quelli che leggono cose diverse da quelle che sono solita leggere io: una bella lezione!

CURIOSITÀ
Il Garbino è il nome con cui chiamano il Libeccio nell’area orientale dell’Emilia-Romagna, nel nord delle Marche, in Abruzzo e in Molise. Il vento caldo, spira da sud-ovest e oltre al caldo, trasporta la sabbia del deserto africano.

Spesso accompagna il passaggio dei fronti perturbati atlantici in movimento da ovest verso est, assumendo in questo caso caratteristiche di vento umido portatore di pioggia.

Con il vento poi, si formano delle vere e proprie trombe d’aria che vengono chiamate scijoni e che portano distruzione e disordine là dove passano.

VOTO

Buono
Buono

Consigliato a chi ama riflettere sul senso della vita e dei sentimenti!

EDIZIONI
2008 Mondadori (Bestseller Emozioni), 182 p., copertina flessibile € 9,50

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Pubblicato da

Filomena scrive...

Lettrice ingorda, insaziabile, onnivora. Scrivo per passione e per necessità.

2 pensieri su “Il vento caldo del Garbino [Recensione]”

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