Saltatempo [Recensione]


Saltatempo di Stefano Benni – Feltrinelli

L’incipit di questo romanzo è particolare e non è stato immediato, come mi succede per altre storie, entrare in sintonia col ritmo e lo stile dell’autore ma una volta presa la via giusta è come lanciarsi per una ripida discesa a tutta velocità, i piedi sembrano estranei al corpo e alla volontà.

Per cui non ho potuto fare a meno di continuare a farmi trascinare nella storia che a tratti è commovente, a tratti irriverente o comica o romantica o ingenua…

C’è tutto un mondo in questo romanzo ed è il mondo che ognuno di noi può incontrare quando apre la porta di casa.
La storia inizia così:

Quand’ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuole dire camminare a sal-telli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l’inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull’uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.
Sulla lapide infatti c’è scritto:
Lutilio Bisacconi, caduto.
Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.
Che a noi venne da pensare che allora nessuno cadeva come Tadeo, che a otto anni già non ci vedeva un cazzo come un anziano e aveva i piedi cavallerizzi storti in dentro e voleva andare lo stesso in bicicletta e aveva una bicicletta che sembrava masticata da uno squalo e in più non distingue-va un paracarro da un precipizio e soffriva anche di un tic che gli storceva la testa fuori strada, perciò cadeva quasi tutti i giorni e aveva la fronte bozzuta e un polso sempre fasciato, e le ginocchia egizie con i geroglifici di ghiaietto.
Perciò si poteva anche intitolare la scuola a lui: Tadeo, caduto, oppure cadente, oppure tanto prima o poi cade ancora.
Parlai di questo in un tema e mi fecero un culo come una tinozza.

TRAMA
Lo incontriamo da ragazzino mentre una mattina di fine inverno “scarpagna” verso le Bisacconi (le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare). Canticchia “Se mi vuoi lasciare dimmi almeno perché”. Sono gli anni cinquanta e mentre ruba in una vigna un grappolo di schizzozibibbo, Lupetto, così lo chiamano, vede un uomo, alto come una nuvola, con una barba immensa e un cane vecchio al suo fianco. Un dio? Una divinità pagana grande e sozza come un letamaio che gli regala, per tutta la vita, una facoltà meravigliosa: un orologio interno, anzi un orobilogio che gli consentirà di correre avanti nel tempo, di vedere quello che accadrà nel mondo e insieme di vivere il suo tempo, tra premonizioni e rivelazioni. Così Lupetto diventa Saltatempo, cresce bislacco e combattivo, mentre il paese dove vive si va trasformando e l’orobilogio con i suoi giri improvvisi e vorticosi prospetta il tempo che verrà. Dalla guerra partigiana al Sessantotto, dalla nascita della televisione al tempo eroico del rock, dal primo amore al primo amico perduto, sotto la profezia di un delitto che forse si compirà: è il tempo dell’Italia che cambia, dei paesi che perdono la loro identità per diventare svincoli autostradali, del nascere e crescere dell’avidità e dei nuovi padroni, il tempo del consumismo che avanza, della trasformazione della politica e del mondo.

LA MIA OPINIONE
È una storia che ti resta nel cuore e la vivi con tutti i sensi. L’autore è stato capace di trasmettere al lettore (cioè io) le sensazioni più varie, dal rumore del temporale all’odore della salsiccia arrosto, senza trascurare i sentimenti poliedrici che ogni essere umano sperimenta nella vita, quella vera, fatta di gioia e speranza ma anche di dolore e perdita.

Mi sdraio sui sassi e metto i piedi nella corrente. Sento che qualcosa sta succedendo, il fiume ha ripreso a scorrere, forse non sarà come prima, ma ci riproverà, i pesci torneranno, forse le ruspe smetteranno di scavare e rubar ghiaia. Le cose muoiono: questa è la prima cosa che non puoi cancellare, una volta che l’hai davvero scoperta. Le cose guariscono, le cose ricominciano, le cose tornano. Questa è una cosa bella da tenere in testa, ma non la puoi avere sempre, la speranza fa il gioco del sole nel bosco, sparisce, riappare un attimo, poi di nuovo è ombra e scuro.

Saltatempo non passa solo dall’orologio all’orobilogio, passa dalla montagna alla città, dai boschi all’asfalto e nonostante il mondo fuori sia pieno di attrattive, il richiamo del bosco è tanto forte da riportarlo spesso a casa, su quelle rupi e tra quegli alberi.

Il fiume è l’anima del paese e della storia, qualcosa che dovrebbe rimanere immutato per sempre nonostante la sua mobilità.

Ma il progresso e l’avidità giocano con le vite degli altri, non è solo questione di ricchezza e potere, c’è chi svende ciò che non gli appartiene per un briciolo di benessere che poi trascina con se solo fango e dispiaceri.

E il mondo va a scatafascio…

Il Troll non dice niente e piange, di botto, coi lacrimoni sui salatini. E’ come se tornasse indietro di dieci anni, la sicurezza e i soldi e la gallina Godzilla svaniscono, torna gobbo sull’ultimo banco di scuola, guardando fuori dalla finestra un mondo strano e incomprensibile.
– Non dovevo venir via – dice.
Non so cosa dirgli, non capisco cosa c’è nella testa di quel ragazzone, forse come succede a tanti, una sua metà è rimasta nel suo allevamento puzzolente, metà dentro la giacca blu e i gemelli d’oro. Forse non è felice come sembra, e gli dico:
– Torna al paese ogni tanto. Magari ti farebbe bene.
– Quando una gallina lascia un pollaio – dice – è per la padella.

Mirabile sintesi. Addio Troll.

È una storia che sa di vita anche quando si narra di morte:

Il parroco ulteriormente zibibbato si addormentò su una lapide. Dopo poco arrivò la bara nuova, di noce. In quattro si nascosero dietro una siepe e fecero il trasbordo. Il parroco fu svegliato, la nuova bara fu calata. Arrivò zio Nevio di corsa, con una scarpa in mano.
– E’ rimasta fuori questa – disse.
Pensammo: se è in paradiso ci sono le nuvole e non servono scarpe. Se è all’inferno ti bruci anche con le scarpe. Nei grandi pascoli si va a cavallo. Nel paradiso islamico ci si toglie le scarpe prima di entrare. Buddha va notoriamente a piedi nudi. E se dopo c’è il nulla, nel nulla non si cammina.

E c’è la purezza della natura che nella sua semplice crudezza ci insegna cosa sia veramente vivere. I personaggi sono tutti portatori di saggezza che poi altro non è che la sintesi delle esperienze fatte, niente teoria tutta pratica applicata:

A fine giugno, io e zio Nevio avevamo ripreso a andare al fiume, e a pescare. Andavamo verso monte, dove l’acqua era ancora pulita. Una volta portammo Fred e gli amanti perfetti. La Schiassi urlò subito, no quei poveri vermi no, e allora o pescavamo con pane e polenta ma lì carpe non ce n’erano, oppure la Schiassi se ne doveva andare. Invece lo zio, con pazienza, le spiegò la legge di natura, che nel fiume il pesce mangia la mosca e la libellula e tutto quello che cade sul pelo dell’acqua. Il passero mangia il verme, la balena mangia il plancton che è un pulviscolo di animaletti, la mantide mangia il marito, il leone mangia lo gnu, noi uomini mangiamo metà delle razze del creato. E se proprio vogliamo trovare un senso cosmico, il verme alla fine si vendica perché si mangia il pescatore, bello frollato.

La storia potrebbe essere considerata anche banale, nel senso che ci troviamo di fronte a un ragazzo che sta crescendo e che deve affrontare tutti i piccoli, grandi drammi dell’adolescenza come il primo amore, le scelte politiche e scolastiche, l’affermazione nella società ecc.
L’intera storia però è infarcita della voglia di fare qualcosa, di cambiare gli eventi, di essere protagonisti di qualcosa di più grande. Lupetto vede scorci del futuro ma è come se quell’altra realtà non potrà mai esistere perciò non la combatte direttamente, non impedisce a Fefelli alcunché, però in lui cresce una rabbia atroce, capace di spingerlo al limite.

In fondo, guardati a distanza di tempo, i popoli di fronte a certe assurde atrocità (vedi la Shoah), non vi sembrano stupidi ad essere rimasti inermi di fronte alle tragedie che si consumavano sotto i loro stessi occhi?

Qui sta la grandezza di Saltatempo, nel guardare gli eventi da dentro e da fuori, nel narrarli come fossero allo stesso tempo vicini e lontani:

Noi ci abbiamo creduto, la nostra vita è stata piena di porcherie e meschinerie, ma ogni tanto suonava la tromba e tutti al nostro posto a lottare e a darci la mano. Abbiamo creduto di poter essere liberi, di non far tornare quei vent’anni di divise nere. Ma la tromba suona fioca adesso. Ci hanno venduto, uno per uno. Hanno venduto le nostre povere vite e la nostra storia, per fare una storia insieme agli altri, una storia finta, che non ha neanche un lieto fine, finisce nell’indifferenza per tutto e per tutti.

CURIOSITÀ
Da Wikipedia:

Stefano Benni (Bologna, 12 agosto 1947) è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano.

Quando ho letto questa frase ho pensato che quest’uomo ha messo davvero tutto se stesso in Saltatempo. Di solito si pensa che chi troppo vuole nulla stringe ma in questo caso siamo di fronte a una delle rare eccezioni della natura umana.

Questo romanzo viene definito vagamente autobiografico anche perché il nome del protagonista, prima dell’incontro con il “Dio”, era Lupetto, lo scrittore è infatti conosciuto dai suoi fan come il “Lupo”.

VOTO

Ottimo
Ottimo

Lettura consigliata!

EDIZIONI
Saltatempo
2001, Feltrinelli, I Narratori, 265 p., € 14,46
2003, Feltrinelli, Universale economica, 272 p., € 7,50
2008, Feltrinelli, EPUB (Kobo DRM), EPUB (Adobe DRM), € 5,99

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Pubblicato da

Filomena scrive...

Lettrice ingorda, insaziabile, onnivora. Scrivo per passione e per necessità.

3 pensieri riguardo “Saltatempo [Recensione]”

  1. Bellissima recensione. Questo sembra proprio uno di questi libri che interessano a me. Oltre alla crescita del protagonista, vedremo anche l’Italia che cambia. Mi piace molto.

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