Il lavoro “creativo” vale ZERO?


Imperversa in rete, specialmente sui social network, la campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi #coglioneNo del collettivo ZERO.

I tre divertentissimi video contano migliaia di visualizzazioni sul canale YouTube. Ecco il primo: Lo diresti al tuo idraulico?

La vera domanda, secondo me, è:
“Che ti farebbe l’idraulico?” se gli proponessi un pagamento in visibilità? Non voglio nemmeno immaginare dove finirebbe la chiave inglese…

Molti sostengono che in fondo il lavoro creativo non crea niente di tangibile per cui il valore (in moneta) del contenuto creativo è difficilmente quantificabile ma ciò non significa che l’opera prodotta vale zero.

La visibilità non è moneta, non ci paghi le bollette né la cena, per cui pagare in visibilità equivale, di fatto, a dare valore zero all’opera creativa.

Nella mia personale esperienza, ho avuto a che fare con situazioni simili e, da pivellina ignorante, ho accettato di essere pubblicata senza ricevere alcun compenso, neanche una copia gratuita delle antologie in cui compaiono miei racconti: in fondo le case editrici con cui ho pubblicato mi davano l’opportunità unica di essere “notata“!

Ma di che visibilità parliamo quando un mio scritto compare sulle pagine di un’antologia, insieme ai racconti di altri dieci, cento, duecento e addirittura trecentosessantacinque autori diversi?

L’unico guadagno lo fa chi viene retribuito per l’opera prodotta e purtroppo (troppo spesso) chi incassa non è chi crea.

Mi è stato detto che la casa editrice non può retribuire tanti autori, il prodotto libro non garantisce guadagni tali da garantire una remunerazione agli scrittori, deve prima pagare la catena distributiva, gli editor, quelli che si sono occupati del lavoro di scelta dei racconti validi e altre fantomatiche figure che hanno messo la loro professionalità al servizio dell’opera.

Chi ha scritto i testi di cui si compone la “meravigliosa antologia” non merita niente, nemmeno una copia gratuita dell’opera, in fondo ci ha messo si e no mezz’ora a scrivere un raccontino da duemila battute, no?

E NO!

E io non ci sto più, perché la prima volta ci sono cascata più per inesperienza e perché volevo testare la mia capacità di scrittura. Ora, visto che i miei testi vengono regolarmente scelti per essere inclusi in questi libri, credo di poter affermare che qualcosa (centesimi di euro?) valgono e voglio il riconoscimento che mi merito altrimenti di che parliamo?

Lavoro io per far guadagnare qualcun altro?

Si potrebbe affermare che i miei scritti non valgono niente. Perfetto, è quello che volevo sentirmi dire. Ma allora perché ci tieni tanto a pubblicarli se non hanno valore? O restano senza valore solo quando si tratta di retribuire me, in quanto autrice, mentre assumono una loro dignità quando ti permettono di piazzare il libro in libreria e fregiarti di n ristampe?

Il lavoro è regolato da domanda, offerta e dal valore reale che si attribuisce all’opera.

Se io che realizzo qualcosa o fornisco un servizio, attribuisco per primo valore ZERO al mio lavoro, come posso pretendere che chi me lo richiede accetti di pagarlo?

Mi dicono che l’offerta supera la domanda per cui, di fatto, il prezzo dell’opera (racconti/romanzi nel mio caso) si abbassa…
Fino ad azzerarsi?
Fino a pretendere che sia io a pagare per pubblicare?

Ma sono impazziti loro oppure io che mi sono fatta convincere dal mercato che il mio lavoro vale meno di zero?

Il mio appello a tutti i creativi è:

fatevi pagare per il lavoro che fate, non accettate niente di diverso dal DENARO.

Brutto, sporco, maledetto DENARO!

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Pubblicato da

Filomena scrive...

Lettrice ingorda, insaziabile, onnivora. Scrivo per passione e per necessità.

2 pensieri riguardo “Il lavoro “creativo” vale ZERO?”

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