San’kja [Recensione]


SAN’KJA di Zachar Prilepin – Voland Edizioni, collana Sírin – traduzione e cura di Enzo Striano

Il romanzo si apre nel pieno di una manifestazione politica, la narrazione degli eventi è incalzante e ho avuto l’impressione di avere tra le mani una bomba innescata, prossima all’esplosione. Dalla descrizione di eventi carichi di violenza e brutalità, Prilepin passa ad affrontare situazioni in cui la fanno da padrone sentimenti di indifferenza e desolazione.

TRAMA
La mamma infermiera di notte, il padre morto alcolizzato, San’kja è uno degli innumerevoli figli della dimenticata periferia rurale russa. Sbandato, arrabbiato col mondo, indifferente e ostile a qualsiasi ideologia, San’kja sogna una patria inesistente. In un crescendo di disperata violenza tenterà, insieme ai giovanissimi compagni del partito rosso bruno – i suoi amici, il suo amore, la sua vera famiglia – di distruggere un ordine neoborghese che odia, di scatenare la rivoluzione…


LA MIA OPINIONE
Il romanzo si apre nel mezzo di una manifestazione politica e Prilepin riesce a dare subito il ritmo giusto alla narrazione. Mentre leggevo le prime pagine avevo la viva impressione di avere tra le mani una bomba pronta a esplodere.

Tutto il romanzo è caratterizzato da momenti di ‘esplosione’ e altri di ‘riflessione’, curati e incredibilmente reali.
Ho trovato bellissimi, quasi poetici, alcuni passi.

In particolare, in uno è il nonno di San’kja a parlare:

Mi fecero quella predizione, ma io non ci credevo: nessuno credeva che avrebbe vissuto ancora un giorno, e a me mi fanno: ‘Ottant’anni.’ Ma ci sono arrivato. E li ho anche passati.

Quando era morto il padre di Saša, il nonno aveva ottantaquattro anni.
Al pranzo dopo le esequie il nonno aveva raccontato ancora questa storia e aveva aggiunto:
— Bisognava morire a ottant’anni. I ragazzi erano vivi e sarei morto felice. Ma ora, San’kja, non capisco neanche per cosa ho vissuto. Non c’è niente, non ho lasciato nessuno, è come se non avessi vissuto.

Nell’altro, invece, a parlare è un vecchio che abita in un villaggio vicino a quello dei nonni di San’kja:

Noi da giovani si pensava che avremmo avuto figli, come è scritto, che non avrebbero conosciuto i nostri peccati, invece ne sono venuti di tali, che non conoscono né la terra, né il cielo.

Hanno soltanto la fame. Però è una fame malsana, viene dal cervello. Saziarla è impossibile, poiché solo gli affamati di giustizia saranno saziati…

Dicono che voi là andate tutti quanti in chiesa. Pensate che lasciando le vostre orme fin dentro il tempio nasconderete il vuoto nel vostro cuore. La gente spera di aver ammansito Dio portandogli le candele. Pensa di averlo ingannato. Pensa di averlo sottomesso, di averlo costretto a giustificare la propria debolezza. La propria meschinità e poltroneria, che ora chiamano misericordia, oppure bontà.

In entrambi i casi a parlare sono uomini anziani, che hanno già visto e vissuto tutto ciò che era possibile sperimentare nel proprio paese.

L’autore fa una scelta intelligente, queste frasi sarebbero risultate stonate in bocca a uno dei giovani personaggi o allo stesso protagonista.

D’altra parte non sembra il classico sermone dell’autore ai lettori e in effetti la voce dell’autore è solo uno strumento, la storia va avanti verso l’inevitabile meta senza intromissione alcuna di Prilepin.

Nonostante l’argomento forte, il linguaggio usato dall’autore è al tempo stesso duro ma rispettoso, nelle scene di violenza non fa censura alcuna di ciò che succede ma senza usare descrizioni macabre , senza indulgere in dettagli e particolari rivoltanti. Perfino le poche scene di sesso sono descrittte con una delicatezza tale da rendere anche un incontro causale e veloce, in qualcosa di naturale, spontaneo e conforme alla natura degli uomini.

Il romanzo è incentrato sulla figura di San’kja (Saša), giovane orfano di padre, che sembra non trovare il proprio posto al mondo, vive un vero dramma interiore e tra romantici ricordi d’infanzia finirà per trasformarsi in un sadico mostro. Diventerà uguale a coloro che tanto odia e vorrebbe fuori dalla propria patria.

Il finale, in un certo senso, è scontato ma è anche coraggioso. L’autore è rimasto coerente alla storia che stava narrando, avrebbe potuto dirigere i suoi personaggi in altre direzioni e non nego che a un certo punto, verso il finale, temevo proprio una leggerezza simile.

Invece…

Invece la storia va dove era naturale che si incagliasse, come un treno a fine corsa sbatte contro il respingente, i suoi protagonisti andranno a sbattere dritti contro il loro destino o la conseguenza logica delle scelte che hanno fatto.

— Saša, ascoltami: che senso ha? Te l’ho già chiesto in
passato e te lo richiedo per l’ultima volta: che senso ha? Stai pensando con la tua testa in questo momento oppure no? Che senso ha, Saša? Perché siete venuti?

— Il senso è sapere per cosa morire. Mentre tu non sai neppure per cosa vivi.

— Saša, la cosa terribile è che la tua anima morirà prima ancora di te.

— Quelli come te si salvano divorandosi la Russia, quelli come me, divorando la propria anima. La Russia si nutre delle anime dei suoi figli, è di questo che vive. Non vive dei retti, ma dei dannati. Io sono un suo figlio, seppur dannato. Mentre tu sei un bastardo schifoso.

Un plauso da parte mia all’autore anche per l’originalità con cui descrive certi eventi che potrebbero essere liquidati con le solite frasi fatte o i soliti cliché.

Prilepin scrive cose del genere:

Cominciò a nevicare. La neve cadeva dritta, vento quasi non ce n’era. La neve ricordava l’elettrocardiogramma di un moribondo: linee piatte si spezzavano bruscamente, per poi distendersi di nuovo rigide e mute fino all’asfalto.

Oppure:

La città biancheggiava, si stagliava appena nella luce dolorosa e pungente dei mattino. Nella nebbia umida le case si facevano loro incontro come brutti spettri in pigiama da ospedale.

CURIOSITÀ
Quando leggo un libro mi isolo completamente dal mondo e per questo, se trovo un termine nel testo che sto leggendo, a me ignoto, non corro subito a cercarne il significato. Aspetto che la lettura sia terminata e vado a indagarne il significato.

Per questo, quando mi sono imbattuta nel termine isba, ho semplicemente dedotto dal contesto che si trattasse di un’abitazione. Poi ho approfondito e ho scoperto qualcosa che prima non conoscevo.

Questo è il bello della lettura, ogni libro ti riserva sempre delle scoperte e un arricchimento culturale altrimenti impossibili.

L’isba altro non è che una tipica abitazione rurale delle campagne russe, fatta perlopiù di materiali poveri, con assi di legno e corde. Gli arnesi da carpentiere a quanto pare erano una rarità, perciò i contadini si industriarono nella costruzione a incastro di pezzi di legno e ciò che era loro facile reperire nel circondario.

Isba - Izba
Isba – Izba

Spesso erano a due piani e io non finirò mai di stupirmi nel constatare con quanta intelligenza l’uomo ha costruito cose capaci di garantirgli la sopravvivenza. A vederle in foto sembrano le casette per le bambole che si possono costruire con le stecche di legno dei ghiaccioli e un po’ di colla.

Loro però non avevano né ghiaccioli né colla ed è come per i muretti a secco, fatti solo di pietre incastrate tra loro: i contadini sono forse i migliori ingegneri del mondo!

L’AUTORE
Il giovane autore russo, Zachar Prilepin, è un veterano della guerra in Cecenia (1996-1999), dove era arruolato negli OMON, i corpi speciali russi. Nel romanzo è evidente la conoscenza diretta di certe ‘situazioni’, San’kja comunque non è un’autobiografia.

Attualmente Prilepin, è membro del Partito Nazional Bolscevico e un oppositore di Vladimir Putin, sposato, ha quattro figli.

I suoi libri sono tradotti in numerose lingue.

VOTO

Ottimo
Ottimo

Lettura consigliata!

EDIZIONI
settembre 2011 EAN 978-88-6243-081-4, pp. 384, € 14,00
Formato Epub € 7,99

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Pubblicato da

Filomena scrive...

Lettrice ingorda, insaziabile, onnivora. Scrivo per passione e per necessità.

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