Per l’eternità…


Amo leggere libri perché mi fanno riflettere su mille argomenti diversi, mi fanno emozionare, sorridere e piangere, arrabbiare e dubitare.

Con i libri posso fare viaggi che nella realtà di tutti i giorni è impossibile programmare e cosa più importante di tutte, conosco il mondo e i popoli che lo abitano, le varie usanze e i loro costumi e finisco per accorgermi che in ogni angolo del pianeta Terra posso trovare qualcuno che ha i miei stessi pensieri nonostante le differenze culturali.

In questi giorni sto leggendo (in realtà lo faccio continuamente) San’kja, romanzo di Zachar Prilepin, giovane autore russo e mi imbatto in questa frase:

San'kja - Zachar Prilepin
San’kja – Zachar Prilepin

E la questione è proprio questa: la mia esistenza lascerà un segno nella storia dell’umanità? Oppure che io sia esistita o meno non cambia niente? Una risposta può essere che per sentirsi qualcuno, bisogna lasciare qualcosa di sé al mondo. Un’eredità fatta di carne e ossa o di altro materiale, un solco più o meno profondo e indelebile.

Devo ovviamente arrendermi all’idea che prima o poi perderò la mia fisicità, il mio esistere in quanto corpo, alla morte non c’è rimedio ed è una tappa certa e inevitabile nella vita di ogni essere vivente ma se di noi lasciamo qualcosa di incancellabile, allora sì, saremo ancora vivi nonostante la nostra fine.

Quando penso all’immortalità, la mia mente si riempie dell’immagine del cimitero che visito almeno una volta l’anno, un angolo in particolare in cui è piazzata una lapide enorme sul cui marmo sono incisi i dettagli, miseri e meschini, della vita di quell’individuo.

Di alcuni defunti conosco le storie nonostante chi le ricorda e me le ha tramandate non li abbia mai conosciuti. Di altri immagino semplicemente come deve essersi srotolata la matassa dell’esistenza e spesso mi chiedo perché sia stata così breve.

Inevitabilmente finisco a pensare:

Può la vita di una persona essere riassunta su un pezzo di marmo (quando va bene) da un nome, un cognome, due date e una foto?

E qui mi riallaccio alle parole del nonno di San’kja e mi chiedo come sia possibile che dopo quasi novant’anni passati a lottare, di un uomo non resti niente. È un pensiero triste.

Grazie al suo romanzo però, Prilepin, ha reso immortale quell’uomo, i suoi pensieri e la sua esistenza così come fecero gli scrittori del passato che ci hanno narrato le vicende di uomini vissuti in epoche tanto lontane da noi eppure ancora affascinanti.

Quindi la scrittura, come qualunque forma d’arte, ci può rendere immortali. Non resteranno in vita i nostri corpi ma i nostri pensieri, impressi sulla carta dei libri che abbiamo scritto in vita, sì. Magari quei libri non li leggerà mai nessuno ma avremo la certezza che qualcosa di noi sarà presente anche dopo di noi.

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Pubblicato da

Filomena scrive...

Lettrice ingorda, insaziabile, onnivora. Scrivo per passione e per necessità.

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